GRAZIA

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A meta’ degli anni ’70 si decoravano le case con tappezzerie dai disegni geometrici e colori inusuali, mentre la plastica veniva tolta dai divani dei salotti, sostituita da soffici cuscini pronti ad accogliere le famiglie davanti alla TV.

L’idea di famiglia perfetta vedeva il marito lavoratore mentre la moglie, occupata al massimo con un part time, curava casa e figli sollecitata da libri di cucina e riviste patinate inneggianti alla modernità, con un mix di femminismo fatto di minigonna e lavatrice.

Il boom economico, edilizio e demografico, allocava in case moderne famiglie di giovani coppie dove minimo due pargoletti sgambettavano lungo i corridoi. Nella mia famiglia i pargoli erano tre, quando ci trasferimmo in un nuovo appartamento con tre grandi camere, una grande sala con annessa sala da pranzo, sgabuzzino e cucina. Un terrazzo ed un balcone, dai quali affacciandoci ammiravamo il grande giardino recintato, coronavano i nostri spazi personali.

Una comunità nel cuore di Milano, costituita quasi esclusivamente da giovani coppie fra cui diventava facile instaurare buone amicizie, grazie anche ai nostri figli, tutti circa della stessa eta’.

Ero felice, avevo veramente tutto quello che una donna potesse desiderare. Una bella famiglia, un marito ingegnere, simpatico e rispettoso che si prendeva cura di noi nel senso economico, in contra mi prendevo cura di lui per tutto.

Quando alla sera tornava a casa trovava i bambini già puliti dentro pigiami profumati e pronti per ritirarsi una volta finito il carosello.

In cucina intanto lo aspettava un arrosto, o qualche altra elaborata ricetta nata mischiando l’arte culinaria imparata dalle nonne con le ricette proposte dal Carnacina.

La cena, mentre i bambini erano già a letto, aderiva completamente ai consigli proposti dalla rivista platinata: “ritagliatevi del tempo per voi” .

Sorrido ancora vedendo come questo tipo di articolo invada non più solo i giornali femminili ma anche il web.

Al grande tavolo rotondo della sala da pranzo non mancava mai un vaso di fiori freschi. Li compravo al mercato generale dei fiori, colorato, pieno di profumi e grida. Con complicità, per l’intromissione in quel grande mercato fatto sopratutto da uomini, andavo assieme ad una mia cara amica, poi passavamo a quello ortofrutticolo per scegliere gli ingredienti migliori e preparare la cena perfetta.

Lei viveva nel mio stesso palazzo, un piano più sotto. Un solo pargolo le sgambettava per casa e anche lei contava su un buon marito, sempre sorridente e di buon animo. Eravamo sempre di corsa. I bambini da andare a prendere a scuola, il pranzo da preparare…

Ci ritenevamo fortunati, quasi eletti. Una vita perfetta. Mariti con professioni dagli ottimi guadagni che permettevano una vita agiata a tutta la famiglia. Noi mogli ci occupavamo dei figli. Li accompagnavamo a scuola, li aiutavamo con i compiti, li portavamo dal dentista, al tennis, in piscina.

Photo by Tatiana on Pexels.com

Tutta questa perfezione famigliare, condita dalla mia profonda amicizia con Gabriella, rappresentava per me il massimo della realizzazione.

Al sabato sera la tavola rotonda era apparecchiata per il folto gruppo di amici “del cortile” . Mentre i bambini giocavano tra loro, noi diventavamo sempre più sofisticati, come ci proponevano le pubblicità alla radio e televisione.

Entravano i primi bicchieri di whisky, le partite di poker tra amici e tanti sotterfugi che sfuggivano per molto tempo a chi, immerso ancora dalla sua ingenuità e dai sani principi, non era neppure capace a notare.

Fu cosi che , improvvisamente, invece di tre bambini da lavare e da mettere a tavola, cominciavo, praticamente ogni sera, ad averne quattro. Senza per altro specifica richiesta da parte della madre, ma solo perché, al richiamo dei bambini dal cortile per la cena di tutti i genitori, uno rimaneva da solo tra l’altalena e lo scivolo, calciando il vuoto per terra. A casa sua non c’era nessuno.


Nessuno lo chiamava per il bagno e la cena, mi veniva naturale e spontaneo accoglierlo nella sicurezza della mia casa, poi era comunque il figlio della mia migliore amica. All’epoca non c’erano leggi sulla privacy ma l’educazione ti imponeva di non chiedere di certo dove fosse.

Così quando arrivava tutta trafelata bofonchiando “grazie, scusa, grazie, grazie …” , la mia ingenua complicità femminile, in nome dell’amicizia e dell’affetto anche verso suo figlio, lasciava scivolare la cosa. D’altra parte, da lì a poco, sarebbe arrivato mio marito e avrei potuto finalmente godermi la serata.

Segnali ? Questa era la domanda che mi facevo io 40 anni fa’.

La stessa che si fanno le donne oggi. Segnali… segnali… a milioni.

Ma il muro di fiducia, insegnamenti, condizionamenti, educazione e forse un’insana auto protezione, te li celano, infiltrandoli nella tua felicità per colpirti duramente, definitivamente in un solo colpo.

Quel colpo che manda a pezzi la tua ingenuità insieme ai valori, ai sogni, alla vita stessa. Un ladro di realtà che improvvisamente cambia colore alla tappezzeria, ai divani e persino ai fiori sul tavolo da pranzo. Un cambio che non ti permetterà mai più di scegliere, tornare indietro. Tu non ci puoi fare nulla, semplicemente ti hanno rubato tutto anche la tua personalità.

La brutta lite, che vide il marito della mia amica andarsene di casa in una maschera di sangue, cominciò ad aprire lo squarcio. Lei lo aveva ferito violentemente, mentre il bambino si rifugiava nel letto con mia figlia infiltrando nel quadro idilliaco delle nostre vite le sofisticate “necessita’” degli adulti. Quasi come che rispetto, amore, comprensione e cura della famiglia fossero una bambinata.

Sentendosi poco madre e ancora meno moglie, Lei giocava il ruolo della donna fatale, insoddisfatta della semplicità della vita. Da subrettina di teatro, dopo essere riuscita a convolare a nozze con un facoltoso ereditiere, era ostacolata nel suo piano di una vita di lusso, dalla famiglia di suo marito.

Mentre lui era pronto per amore a giocarsi il tutto, lei era poco disposta a vivere del solo stipendio del marito. Incastrata in una vita “normale” inaccettabile, doveva scaricare quel marito deludente, mentre il figlio, che dichiarava di amare più di se stessa, era solo un’altra vittima della sua avidità che restava trascurata tra i giochi del cortile.

Non disposta a farsi derubare dello stile di vita a cui anelava, liberatasi del marito, contando su di me, cara amica pronta ad accudirgli il figlio a bisogno, correva da una camera d’albergo ad un’ altra cercando di circuire la sua nuova preda ben colma nel portafoglio.

Chiaro tutto questo lo scoprii dopo, lo scoprii quando, cominciando a mangiare la foglia, con tutto il mio schifo, capii che il proprietario del portafoglio era mio marito.

La sua nuova chance nella vita era la mia vita stessa, la vita dei miei figli. La mia famiglia.

Dopo aver distrutto la sua , senza remore decise che poteva asfaltare la mia, complice della stessa qualità di attenzione verso gli altri che coltivava mio marito.

Qui potrei dilungarmi in una serie di insulti che oggi potrebbero essere banali, non esistono insulti di fronte a persone che egocentricamente credono tutto sia lecito. Sopratutto sono inutili di fronte a società che tendono ad allontanarsi da chi subisce il torto perché’ più leggeri e magari benestanti gli aguzzini.

Potrei finire questa storia con una bella morale, ma non c’è.

All’epoca mi allontanai con i miei figli da quella casa, dal giardino dove giocavano, dalle nostre vite, per trovare riparo dagli sguardi indiscreti che sembravano colpevolizzare più me che loro.

Con il tempo venni a sapere che c’era chi credeva che fossi scappata con un altro. Ciechi.

Poco importava che la loro relazione fosse alla luce del sole, si sa che la colpa è della donna… ma mai di quella accompagnata ma di quella lasciata.

Da allora il mondo e l’ingenuità per me sono molto cambiati. Oggi non credo più a nessuno.

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