AFRA

Afra era bella.

Magra, alta, sul viso il tipico pallore del dopo guerra che risaltava come una luna piena quando un ricciolo nero le scivolava sul viso mentre, china sul tavolo della cucina, impastava o puliva un pollo, allungandomi un biscotto ancora tiepido e profumato di vaniglia.

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Photo by Malidate Van on Pexels.com

Adoravo quella mia zia dai sorrisi sinceri e dai consolatori abbracci quando giocando mi sbucciavo un ginocchio . Aveva solo 20 anni ma i suoi modi erano pieni di compassione, quella compassione che puoi sviluppare solo davanti a gli orrori della guerra.

Afra, come molti giovani nel dopo guerra, nutriva speranza. La sua le segnava appena il ventre, frutto del parto di sei mesi prima che aveva aggiunto al mondo una splendida bambina di cui mia zia era semplicemente innamorata.

Nei miei 6 anni  zia Afra era un sole che girava intorno al mio mondo, alla mia infanzia fatta di piccole grandi cose, come solo negli anni quaranta poteva essere.

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Photo by Rodolfo Clix on Pexels.com

Fu proprio la sua storia che rubo’ innocenza alla mia infanzia svezzandomi al mondo degli adulti.

Attraverso la rete del cortile della scuola, dove uscivamo a giocare, restai ferma a guardare il corteo funebre che accompagnava mia zia Afra verso l’eterno riposo, come un fiore appassito troppo presto. Si diceva che era morta di meningite.

Ma il mio dolore infinito di bambina sapeva che la verità era un’altra.

Mentre un cielo novembrino incorniciava con sfumature bianco grigie la macchia della folla vestita di nero che avanzava, restai quasi ipnotizzata davanti alla cadenza ritmica, imposta dal lento andare del corteo, della cravatta rossa del marito di mia zia Afra.

Photo by Steve Johnson on Pexels.com

Una macchia rossa tra il dolore che come una freccia indicava spavalda la paternità del contenuto di quella bara, nascosta dagli adulti per proteggere la neonata e noi bambini,  il mostro svelo’  il segreto e  con la sua cravatta traduceva la parola meningite in botte.

L’infame, non denunciato per amore della piccola orfana e per la credenza che ” i panni sporchi si lavano in famiglia” , la fece franca.

Ancora oggi,  con i miei 77 anni, mantengo vivo il ricordo della pelle pallida e i ricci  morbidi che le cadevano sul viso.

Il ricordo di me bambina che correva  ogni giorno, dopo la scuola, al vicino cimitero per depositare fiori sulla sua tomba.

Fiordalisi,  papaveri e quando scarseggiavano anche solo ramoscelli d’albero. Con le mie piccole manine accarezzavo la foto sulla lapide e poi con nostalgia tornavo a casa mantenendo immutabile  l’amore e l’affetto per lei. Ciao zia Afra

Photo by Pixabay on Pexels.com


Considerazioni

Una storia di ieri che ci racconta come con giustizia privata, omertà e vergogna veniva dimenticata la vittima, in nome del quieto vivere.

OGGI ESISTE ANCORA QUESTO ATTEGGIAMENTO?

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