ANNA

Amavo il violetto, sfumato tra l’azzurro ed il rosso che adornava gli occhi di mia madre, con arabeschi sempre diversi. Era un’arte segreta, speravo un giorno mi insegnasse, non capivo perché li celasse dietro ad un paio di occhiali scuri.

Gli stessi occhiali scuri che indossava il mio primo giorno di scuola, sebbene fosse un’insolita  giornata grigia e scura di fine estate. L’odore delle cartelle e dei quaderni nuovi si mischiava con quello della pioggia e delle lacrime di gioia e nostalgia delle mamme sorridenti. Le scure lenti sopra gli occhi non mi lasciavano capire se anche lei piangesse. Abbracciandola, prima di entrare in classe, mi rimase il suo profumo e mentre mi incamminavo riecheggiavano in me le urla della sera prima.

Mio padre si lamentava delle spese, mia madre, con voce fievole, spiegava come avesse guadagnato lei con lavoretti i soldi necessari per la mia cartella e i miei quaderni. Aggiungeva che ero piccola e avevo bisogno di stare serena, l’indomani avrei dovuto affrontare un giorno importante. Evidentemente mio padre non la vedeva in quel modo. Nulla mitigava la sua ira, gridava che lui aveva un sacco di responsabilità , che si spaccava la schiena ogni giorno e poi… pianti soffocati… grida… strani rumori. Nel buio della mia cameretta si perdevano i miei occhi, cercando riparo dalla paura che nasceva in me, per i rumori che arrivavano dalla stanza a fianco.

Suoni che col tempo si fecero sempre più famigliari e presenti, come sempre più presenti si facevano le macchie di viola, azzurro, giallo e nero sulla pelle di mia madre. Grigiori e sfumature che imparai presto ad odiare, mentre per mia madre rappresentavano la sua vergogna ed i suoi limiti. Ogni nuovo grido, ogni nuovo segno costruiva la nostra prigione fatta di incomprensione, paura, vergogna ed isolamento. Se non bastavano sciarpe ed occhiali per camuffare i retroscena famigliari, si restava a casa, nascoste dal mondo e dalla gente. Nascoste dai nonni, dagli amici, dai parenti… nessuno doveva vedere, nessuno doveva sapere.

L’isolamento si consumava in pallidi pomeriggi che ci vedevano a casa sole, immerse in una falsa serenità, tradita dallo sguardo tremante di mia madre verso l’orologio che, inesorabile con il suo ticchettio, le ricordava il rigoroso ritorno di papa’.

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Il tempo scivolava nelle stesse dinamiche, come scivolava l’inchiostro sui miei sempre più sgualciti quaderni di scuola, come scivolava il ghiaccio sulle nuove ferite di mia madre, sempre più indebolita nella sua essenza, nella sua volontà. Sembrava che il buio della mia cameretta, avvolta da suoni sinistri, si infittisse sempre più avvolgendo me e mia madre in una spirale senza uscita, dove la rassegnazione prende il posto della speranza.

Qualche briciola di quella speranza si risveglio’ in mia madre, scuotendola dal torpore dei colpi ricevuti, sino a spingerla un pomeriggio ad accompagnare me e tutti i suoi segni allo scoperto dalla nonna.

Seduta sulla sedia della cucina dove era cresciuta denunciò,  in un mare di lacrime, tutte le bugie del suo matrimonio, le violenze fisiche e psicologiche alle quali era sottoposta dal marito, mio padre. La voce spezzata, come la volontà, tremava di paura e vergogna. Il senso di inadeguatezza ad essere capace di farsi amare, come un oggetto solido, passava da lei a me, da me ai miei quaderni, da lei alla sua vita stessa. Ma non fu capace di passare a mia nonna.

Liquidata la faccenda e mia madre, dalla nonna come incomprensioni di giovane coppia, cominciò a parlare di quello che le donne devono saper fare per la loro famiglia e i figli. Parole come: sacrificio, pazienza e sopportazione, riempivano la piccola cucina di mia nonna, come mostri neri e pesanti, pronti a calpestare il mio cuore e a far nascere per un secondo  una nuova espressione stupita sulla faccia di mia madre. Espressione che ritorno’ a quella rassegnata e triste che aveva portato in quegli ultimi anni.

Ritornammo a casa,  in quel freddo e buio pomeriggio di inverno, nelle tasche il vuoto riempito di terrore ed un buco dal quale perdevamo quelle ultime briciole di speranza. Era già molto tardi, non ci sarebbe stato il tempo per prepararsi a dovere per : mitigare, arginare, fermare, nascondere qualsiasi situazione capace ad alimentare la furia di mio padre.

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Il senso di abbandono che mia madre doveva aver  provato quel pomeriggio posso solo immaginarlo, ed anche oggi mi procura una fitta dolorosa al cuore che punge i miei occhi  sino a farli lacrimare.  Mano nella mano, nel silenzio, camminavamo svelte verso qualcosa di certo ed inevitabile, come un condannato a morte, dal quale ci si aspetti le sue scuse come ultime parole. Infatti mio padre era sulla porta ad aspettare, la faccia minacciosa ed il sorriso sardonico non lasciavano dubbi. Sembrava quasi compiaciuto di avere una nuova scusante, anche la suocera benediva le sue azioni. Lui era nel giusto, adesso lo avrebbe mostrato chiaro a mia madre.

Il buio della mia cameretta mi accolse a stomaco vuoto, mentre le urla e i colpi costruivano un muro di suono tutto intorno. Avevo la sensazione di vivere su un isola deserta. Nessun vicino sentiva ? Nessuno veniva a vedere cosa stesse succedendo ? Quindi era tutto normale ? Eravamo solo io e mia madre a trovare tutto ciò sconfortante, terribile e pauroso ? Sul serio, come diceva nonna, mio padre, poveretto, lavorava tutto il giorno e tornava a casa tutte le sere stanco solo perché non ci mancasse nulla ? Avevamo una casa, da mangiare, da vestire ed oltre tutto il nonno sarebbe stato in difficoltà ad aiutarla, gliene avrebbe sicuramente parlato ma dato che doveva gli alimenti anche a lei… Dove pensava di andare mia madre, come pensava di mantenermi ? quindi era colpa mia se mia mamma sopportava tutto questo ?

I rumori però quella sera non sembravano prendere il corso normale, il loro crescendo aumentava a dismisura, come mai prima d’ora. Poi il suono del campanello e violenti pugni sulla porta zittirono ogni cosa. Un rumore violento, la voce del nonno invase l’appartamento, come una lancia, spaccava i muri di rumore riportando il silenzio. Un silenzio a cui resterò per sempre grata, cosi come lo sono verso mio nonno.

La luce si tuffo’ dentro la mia cameretta per essere riassorbita dalla ingombrante ombra del nonno. Con dolcezza mi disse di prendere quello che avevo di più caro e mettermi il giubbotto che si andava. Mentre raccoglievo i miei quaderni sgualciti, la bambola ed altre cianfrusaglie per me preziose in quei tempi, si mosse rapido tra le stanze dicendo a mia madre di prendere tutto quello che voleva e di star tranquilla. Non avrebbe dovuto sopportare per un giorno di più un tal mostro, che nel frattempo veniva minacciato di denunce e “trattamenti simili”. In macchina, la strada buia, sembrò quasi vomitarci di nuovo nella cucina della nonna, invece ci accolse la casa del nonno.

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Quella notte dormii abbracciata a mia madre nel suo letto di ragazza. Un lettone comodo circondato da arredi che qualsiasi ragazzina avrebbe voluto per la sua stanza. Mio nonno gliela fece quando si divorzio’ da mia nonna e venne ad abitare in questo piccolo ma confortevole appartamento dove oggi viviamo anche io e mia madre.

Adesso e’ la festa del mio diploma, la mamma ed il nonno sorridenti, hanno preparato un rinfresco con amici e parenti. E’ la festa più bella che abbia mai ricevuto, un tavolo pieno di regali e circondata da chi mi ama. Con la maturità anche i miei 18 anni segnano una meta di libertà, finalmente posso sottrarmi alla farsa del rapporto padre figlia costretto legalmente.

Oggi finalmente libera di festeggiare solo con la mia vera famiglia.


Considerazioni

Le speranze di una bambina contro il male e la giustizia. Un disarmante racconto che trova pace nei 18 anni di Anna, che si vede finalmente liberata da un’ombra.

LA GIUSTIZIA RISPETTA SEMPRE I SENTIMENTI DEI FIGLI COINVOLTI?

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